Dunque siamo partiti da Lhasa il 5 agosto. Purtroppo, nonostante gli annunci messi nella bacheca dell’albergo, non abbiamo trovato nessuno con cui dividere il costo della jeep. In effetti tutti volevano condensare il viaggio rispetto al nostro programma ma, non avendo una seconda possibilita`, abbiamo deciso di tenerci tutto il costo ma di vedere cio` che avevamo pianificato. Cosi` il 5 mattina siamo saliti a bordo di un fuoristrada con almeno una ventina d’anni di strada nelle ruote e, con un autista che non sapeva l’inglese, abbiamo imboccato l’autostrada dell’amicizia. Non fatevi fregare dal nome “autostrada”. Dunque le prime due tappe riguardavano monasteri, belli sicuramente, ma forse i troppi turisti ci hanno impedito di apprezzarli come meritavano. Il secondo specialmente, Tashilunpo, sede del Panchem Lama, la seconda autorita` religiosa tibetana che, da secoli, la Cina ha tentato di utilizzare in contrapposizione al Dalai-Lama per indebolire il Tibet.
All’inizio della terza tappa abbiamo dato l’addio all’asfalto e la cosiddetta autostrada e` diventata uno sterrato tutto buche. La citta` di Sakya, con l’ultimo monastero del viaggio, e` stata una tappa di due notti per prepararci ad affrontare il rush verso l’Everest. Siamo ripartiti insieme ad un’altra jeep, una precauzione dei due autisti per potersi assistere in caso di problemi. La strada ci ha spiegato la ragione di tanta prudenza, pardon, la mancanza di strada. Ci siamo trovati a percorre una pista spaventosa, la jeep saltava letteralmente e un paio di volte ho temuto che si coricasse su un lato.
